Responsabilità indirette a confronto: quali rapporti tra l'art. 2047 e l'art. 2048 c.c.? Nota a Cass. Civ. n. 13412/2017.

Lunedì, 12 Giugno 2017

Responsabilità indirette a confronto: quali rapporti tra l'art. 2047 e l'art. 2048 c.c.? Nota a Cass. Civ. n. 13412/2017.
La Cassazione, nella sentenza che si annota in appresso (cfr. Cass. Civ. n. 13412/2017), tratteggia l'actio finium regundorum  tra i presupposti operativi della responsabilità indiretta ex art. 2047 c.c. (i.e. danno cagionato dall'incapace), e quelli previsti dalla contigua fattispecie di responsabilità (dei genitori, dei tutori, dei precettori, di maestri d'arte ) di cui all'art. 2048 c.c.
In generale, entrambe tali disposizioni configurano ipotesi di responsabilità aggravata.
Secondo l'art. 2047 c.c., la persona tenuta alla sorveglianza del soggetto incapace, salvo che provi di non aver potuto impedire il fatto, è obbligata a risarcire il danno che il predetto incapace abbia cagionato durante la propria vigilanza. Secondo l'orientamento dominante, tale ipotesi non integrerebbe propriamente un caso di responsabilità indiretta, delineando viceversa una fattispecie di responsabilità per colpa presunta (i.e  la culpa in vigilando), salva la prova contraria circa l'oggettiva impossibilità di poter impedire il fatto.
Anche il succesivo art. 2048 c.c. tipizza, secondo le tesi più accreditate, una fattispecie di responsabilità per colpa presunta (cd. culpa in educando), la quale, peraltro, sarebbe da escludersi - similmente - solo ove gli interessati provino di non aver potuto impedire il fatto illecito.
La differenza fondamentale fra le menzionate figure di responsabilità aggravata - pur potendo astrattamente coesistere - risiede nella circostanza che, mentre nel caso ex art. 2048 c.c., l'agente, pur essendo un minorenne, è astrattamente capace di intendere e di volere - aggiungendosi dunque la responsabilità dei "sorveglianti" a quella dell'autore materiale del danno - viceversa, nell'ipotesi operativa di cui all'art. 2047 c.c. l'agente è ontologicamente un soggetto incapace di intendere e di volere, rimanendo pertanto preclusa qualunque azione nei suoi confronti.
Orbene, nel caso esaminato in particolare dalla Suprema Corte, i giudici della nomofilachia - ribadendo il proprio consolidato orientamento sul punto - precisano che, al fine di poter ricondurre validamente il fatto illecito nell'alveo della responsabilità ex art. 2047 c.c., e non in quella (evidentemente più gravosa per i genitori in concreto non sorveglianti) di cui all'art. 2048 c.c., incombe sul genitore del minore danneggiante evocato in giudizio l'onere di provare l'affidamento del minore, quale "fatto traslativo della vigilanza", in capo ad altro soggetto deputato a sorvegliare l'incapace. Ove tale prova - particolarmente rigorosa, dovendo il genitore provare, ai sensi dell'art. 2048 c.c., di non aver potuto impedire il fatto e quindi dimostrare un fatto impeditivo assoluto - non sia fornita, la fattispecie operativa dovrà dunque essere comunque ricondotta nell'alveo della fattispecie prevista dall'indicata disposizione, con tutto quanto ne consegue in termini di legittimazione passiva e di piena risarcibilità del danno.
Avv. Francesco Tassini

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