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Il nesso tra la condotta negligente del medico e la morte del paziente può sussistere anche se il decesso avviene quasi un mese dopo l’intervento. Nota a Cass. Pen. n. 33770/2017.

Venerdì, 28 Luglio 2017

Il nesso tra la condotta negligente del medico e la morte del paziente può sussistere anche se il decesso avviene quasi un mese dopo l’intervento. Nota a Cass. Pen. n. 33770/2017.
Si procede ad annotare un'interessante sentenza della Suprema Corte sulla responsabilità medica in ambito penale (cfr. sentenza Cass. n. 33770/2017, depositata l'11 luglio scorso). 
La Cassazione, in particolare, emette una sentenza di condanna per omicidio colposo nei confronti di un medico il quale, con grave negligenza, nell'iter clinico del caso di specie non aveva seguito con scrupolo le linee guida previste per tale caso specifico.
Maggior interesse desta, tuttavia, il passaggio motivazionale in cui gli Ermellini sanzionano che le infezioni nosocomiali, contratte dalla vittima in fase post-operatoria e che sono state causa immediata del decesso, non abbiano interrotto il nesso di causalità tra condotta omissiva del sanitario e decesso del paziente; tanto con conseguente pronuncia condanna come sopra precisato.
 
La vicenda
L'anestesista non controlla la corretta ossigenazione del paziente durante un intervento chirurgico al setto nasale, omettendo, in tal modo, di seguire le linee guida dettate dall'arte medica per questa specifica operazione. Il paziente, rimasto in deficit di ossigeno pur dopo l'allarme attivato dall'apposito macchinario presente in sala, entra in coma, e dopo 25 giorni sopraggiunge il decesso.
L'ischemia cerebrale scaturita viene collegata dai cc.tt.uu. ad una carenza generalizzata di ossigeno a livello cerebrale, favorita dalla condotta dell'imputato che malgovernava il flusso respiratorio in quel frangente. 
 
La decisione della Cassazione
Secondo la tesi dell'anestesista imputato, non potrebbe ritenersi sussistente il nesso causale tra la sofferenza respiratoria e il decesso per insufficienza respiratoria, quest'ultimo avvenuto venticinque giorni dopo l'intervento.
In particolare, l'imputato - tra le altre cose - argomenta che il nesso tra la sua condotta e la morte del paziente sarebbe stato interrotto da alcune infezioni nosocomiali sopraggiunte all'interno del reparto di terapia intensiva.
Tale tesi, però - come già accennato - viene del tutto sconfessata dalla Cassazione, la quale ribadisce che le infezioni in questione, in simili circostanze, configurano un fattore assai probabile rispetto alla condotta originaria del sanitario, con eslcusione pertanto di valore interruttivo del rapporto di causalità.
 
Avv. Giorgio Muccio
 
 

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